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Scrivo perché non so cantare

Perché scriviamo?

Se io ponessi questa domanda, apparentemente banale, a dieci persone riceverei sicuramente risposte molto diverse tra loro.

Scrivere è istintivo. Fin da piccolissimi impugniamo matite colorate, penne e pennarelli trasformando qualunque superficie a tiro (anche le bianchissime parenti di casa!) in una tela di Picasso.

È la natura stessa che spinge l’uomo a esprimersi, anche inconsapevolmente, attraverso la scrittura.

C’è un ricordo dell’infanzia che si fa vivo nella mia mente, ovvero le pagine e pagine di quaderno da riempire con le singole lettere dell’alfabeto al fine di impararle e migliorare la grafia. A scuola inoltre mi hanno insegnato la grammatica, mi hanno dato i rudimenti per poter redigere un testo ma in fondo mai nessuno mi ha dato una buona motivazione per scrivere (motivazione che esulasse dallo svolgere un compito!). Vi dirò la verità, soprattutto durante gli anni della scuola media, odiavo scrivere. Il libro di antologia proponeva ogni volta, alla fine di un brano, un’attività chiamata Per la produzione. Eravamo dunque obbligati a scrivere qualcosa inerente, in un certo senso, al testo letto. Lo sforzo creativo richiesto era minimo. Una volta, per protesta, scrissi una sorta di elogio a me stessa parlando dei miei capelli ed ebbi il coraggio di leggerlo davanti a tutta la classe. Un’altra volta ancora, in seguito alla lettura della poesia di Leopardi Il passero solitario, commentai che personalmente non mi identificavo né col poeta né col passero. Eppure, come il gobbo poeta, anch’io avevo il mio ermo colle (si trattava di Monte Pellegrino, a Palermo) da fissare tutti i giorni dalla finestra della mia camera, giusto davanti la scrivania.

Insomma, il mio rapporto con la scrittura fu, almeno per un periodo, molto conflittuale. Nonostante ciò, con il tempo cominciai ad accorgermi che un rigurgito catulliano di odi et amo mi legava indissolubilmente a lei. Come un grande amore che ti fa star male ma sai di non poterne fare a meno, lei divenne il mio rifugio. Era alla scrittura che affidavo i miei pensieri, le mie paure, i miei racconti, i miei diari di viaggio, le mie rime infantili e tutto ciò che volevo rimanesse tangibile e recuperabile anche in futuro.

Finalmente cominciavo a capire perché avevo bisogno di scrivere, semplicemente per vivere. Non è vero che si scrive per gli altri, prima di tutto si scrive per se stessi. Poi si può riflettere se e cosa condividere con l’esterno.

In fondo scrivere è un continuo prender nota di ciò che accade ma soprattutto di ciò che ci accade. Anche un romanzo nasce dall’interno dello scrittore, sono le sue idee che diventano storie. La scrittura è come un disegno fatto di parole, allo stesso modo di un bel quadro, dà la possibilità di raffigurare personaggi, luoghi e realtà che risiedono nella mente.

Scrivere serve a trasmettere conoscenza, serve a sfogarsi, serve a dire ciò che a volte non si ha il coraggio di esternare a voce.

Dalla scrittura cuneiforme dei Sumeri ai nostri caratteri latini sono passati secoli e secoli, ma per gli uomini l’esigenza di base non è cambiata.

Avvicinarsi alla scrittura è un’avventura e come ogni percorso periglioso è anche pieno di ostacoli.

Ortografia, grammatica, punteggiatura…ma soprattutto ispirazione! Perché c’è poco da fare, senza impulso creativo diventa molto difficile anche comporre un testo scientifico basato su dati empirici. Le parole sono come le note musicali, ma molte di più. Allo stesso modo possono essere combinate in maniera differenti e sono caratterizzate da sfumature e sottigliezze tali da poter trasformare un testo mediocre in un qualcosa di estremamente interessante.

Tornando alla domanda iniziale: perché scriviamo?

Scriviamo perché non possiamo farne a meno. Poi c’è chi lo fa per passione, chi per dovere e chi solo per necessità. Il cantante Massimo Ranieri ha chiamato prima un album e poi un suo spettacolo teatrale Canto perché non so nuotare …ecco, io probabilmente scrivo perché non so cantare!