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Il gioco dei sinonimi

«Siate sempre la scelta, mai l’alternativa.»

Non ricordo dove ho letto questa frase, e sinceramente non so nemmeno chi l’abbia scritta…non credo comunque sia fondamentale. Ciò che invece lo è, è il suo significato.

Ho fatto di questa piccola citazione una specie di mantra, da rievocare soprattutto in tutti i quei momenti in cui percepivo di essere diventata la seconda scelta di qualcuno.

Eppure nella vita, avere delle alternative è la decisione più saggia che si possa prendere. Il famoso piano B è una sorta di paracadute…e se fallisce, l’ottimismo ci ricorda che abbiamo ancora 24 lettere a disposizione.

Riflettere in modo filosofico e intimistico sulla parola “alternativa” sarebbe un discorso molto complesso che porterebbe inevitabilmente a parlare di bivi, di occasioni, di treni perduti o mai passati e così via.

Quello su cui invece vorrei soffermarmi, riguarda le alternative linguistiche o, per meglio dire, espressive.

Quanti modi ci sono per comunicare un medesimo messaggio? Sicuramente molteplici. A partire dai vari idiomi ad arrivare alle arti visive e performative, ci sono inoltre i gesti, gli sguardi e la musica.

Sebbene il più delle volte anche un singolo cenno sia inequivocabile, le parole sono di certo lo strumento più preciso che abbiamo, o meglio ancora quello più difficilmente fraintendibile.

Come ho già scritto in un post precedente, sono le sfumature a dare una connotazione alle parole e a renderle adatte a un’occasione piuttosto che a un’altra. Spesso però, quando si scrive, non si va alla ricerca di “colori” diversi, bensì di alternative. Non c’è cosa peggiore di leggere un testo ridondante e pieno di ripetizioni. Ribadire più volte lo stesso termine è lecito solo se serve a porre l’accento su quella determinata parola e a enfatizzarla, celebre è il caso del «Volli, e volli sempre, e fortissimamente volli» di Vittorio Alfieri, citazione contenuta nella Lettera responsiva a Ranieri de’ Casalbigi del 1783.

Ma noi non siamo Vittorio Alfieri, quindi, nel momento in cui decidiamo di giocare con le ripetizioni dobbiamo stare molto attenti. In linea di massima, meglio evitarle. Il continuo utilizzo di uno stesso vocabolo tende a denotare un’infantilità della tecnica dovuta a una scarsa conoscenza della lingua. È pertanto normale che un bambino di 8 anni possieda una gamma di lemmi sicuramente molto ristretta: è tutta questione di esercizio e la lettura è la palestra perfetta per ampliare i propri orizzonti linguistici.

E così, quando non vogliamo modificare il senso di una parola ma cercare soltanto una degna sostituta equivalente, ci tocca ricorrere ai sinonimi. Ricordo di una mia compagna di classe che, probabilmente per evitare di scegliere l’opzione sbagliata, nel momento in cui faceva una versione dal latino o dal greco, metteva dentro tutti i significati che trovava sul dizionario. La pulchra puella diventava così la bella ragazza/fanciulla/giovane donna/pulzella. Una tattica un po’ furbesca per non dover scegliere la migliore alternativa. Quando si scrive o si fa una traduzione, è indispensabile saper riconoscere quale sia il sinonimo che meglio si incastra con il resto del componimento. Nel caso sopra citato, trattandosi di un testo antico, potrebbe andar bene anche fanciulla, meno adatto sarebbe inserirla in un brano moderno in cui il linguaggio è più colloquiale.

Un’alternativa più aulica potrebbe stonare come un fa diesis in una scala di DO maggiore se il contesto che ha intorno è di tutt’altra natura. Immaginate di presentarvi in jeans, felpa e sneakers a un gran galà. Probabilmente tutti vi guarderebbero come un alieno e voi stessi vi sentireste fuori luogo e a disagio.

La stessa identica cosa avviene con le parole e le loro alternative. Non si tratta più di connotare ma di contestualizzare.

Vagliare tutte le alternative possibili per sostituire una ripetizione è cosa buona e giusta. Al di là delle nostre conoscenze (basilari soprattutto quando si parla!), vale la pena di sfruttare il dizionario di sinonimi & contrari o banalmente leggere tra le opzioni proposte da Word. L’abilità di decidere il termine ad hoc spetta allo scrittore.

Teniamo sempre a mente la regola n.13 proposta da Umberto Eco (vi invito a leggere I 40 consigli di Umberto Eco per parlare bene l’italiano):

«Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza si intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).»