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Creatività in musica. I Siberia: identità e note.

Quattro ragazzi toscani accomunati da una passione: la musica. Eugenio Sournia, Matteo D’Angelo, Piero Laganà e Luca Mele sono legati da una grande amicizia e godono di una reale gioia nello stare insieme. Condividono il tempo anche al di fuori della sala prove, e questo senz’altro rende ben più facile e gradevole il lavoro. Loro sono i Siberia.

Si descrivono con tre titoli di canzoni:

  • “Il mare”: una canzone del loro album in uscita. Da buoni livornesi credono che sia una componente fondamentale, anche se magari a livello inconscio, dei loro esiti creativi e di loro Siberia come persone

  • “Love will tear us apart” dei Joy Division perché volente o nolente l’amore è componente fondamentale della canzone come mezzo espressivo, e di quella italiana in particolare. C’è e ci sarà sempre, anche nel brano apparentemente più oscuro o enigmatico, un verso di tenerezza, di trasporto, verso un’altra persona fisica – magari nascosto bene!

  • “Curami” degli CCCP perché credono nella musica come valore terapeutico, ma anche e soprattutto esemplare. La buona musica cura l’anima, e trascina verso il bene. I Siberia cercano in tutti i modi di non infliggere un ascolto punitivo ai loro potenziali ascoltatori, che li trascini in basso o che li faccia indulgere nel languore. Preferiscono ‘fare schifo’ tenendo però alta la bandiera di questa scelta.

Se gli chiedi cos’è per loro la creatività rispondono che pensano si identifichi con la capacità di sintesi. E’ molto difficile, forse impossibile (divino addirittura!) creare dal nulla. I Siberia si muovono in un mondo in cui il linguaggio è estremamente codificato. «Specialmente nella musica rock e pop sembra davvero difficile sfuggire a questi schemi ». Nel loro caso essere creativi è cercare di prendere tutta questa messe di parole, suoni, note, che provengono non solo dal loro ambiente musicale, ma dalla natura, dalle altre persone, dai libri che leggono, etc. per comporre qualcosa di bello che non sia una semplice somma delle parti ma qualcosa di ulteriore, che può stare in piedi da solo.

Com'è nata l'idea di fondare la band?

Eugenio - Ho cominciato ad ascoltare musica leggera verso i 16 anni. In un primo momento, mi sembrava davvero complesso ambire anche solo a ricreare quello che sentivo, anche perché l’obiettivo era molto ambizioso: il mio gruppo preferito dell’epoca erano i Pink Floyd! Accostandomi a gruppi dall’approccio più intuitivo e istintivo, quali ad esempio i Joy Division su tutti, mi sono reso conto che anche senza una tecnica notevole potevo comunque ambire a suscitare emozioni negli altri. Confido che l’avvicinamento all’idea di band è nato in maniera piuttosto ‘punk’: la prima volta che sono andato in sala prove non avevo mai neppure preso in mano una chitarra elettrica! Fortunatamente lungo il percorso ho incontrato Luca, Piero, e poi Matteo, e l’uno con l’altro ci siamo migliorati molto.

Il vostro nome è legato al romanzo "Educazione Siberiana" di Nicolai Lilin, cosa vi ha portato a fare questa scelta?

Quando si sceglie un nome per una band, pratica difficilissima che sconsigliamo a tutti gli indecisi cronici, si cerca un qualcosa che suoni istintivamente evocativo e memorabile. Siberia è una parola corta che richiama da una parte l’umore delle nostre canzoni, piuttosto introspettive; ma è anche come un omaggio a questo romanzo che su di noi ha suscitato un profondo impatto. L’opera letteraria funziona e l’uomo ha bisogno di questo, di storie, di arte, che lo elevino e gli insegnino. La mitologia è nata per questo e nessuno ad oggi la contesta.

Da dove prendete ispirazione per scrivere le vostre canzoni?

Crediamo fortemente nell’ispirazione. Sappiamo che è molto difficile scrivere a comando, e dunque aspettiamo che il nostro ‘io lirico’ ci mandi qualche segnale ancora prima di prendere in mano uno strumento o una penna. Quindi è chiaro che vi è sempre un fondo, se non autobiografico, quando meno personale a proposito dei nostri testi. E’ però giusto dire che non tutto quello che è musica dei Siberia è stato vissuto in prima persona. Pensiamo che partire da se stessi per scrivere sia giusto, ma bisogna rafforzare il messaggio in maniera tale da farlo, per così dire, ‘uscire verso gli altri’ e renderlo universale.
Eugenio - Io personalmente credo molto nel valore esemplare dell’arte e mi sforzo di inserire quando posso un contenuto positivo e uno sprone al miglioramento nelle nostre canzoni. Anche la parte musicale credo rispecchi questa attitudine.

Quali sono i vostri modelli di riferimento nel mondo della musica?

Siamo cresciuti ascoltando musica moderna anglosassone. La musica italiana è stata un approdo più tardo, dunque da un punto di vista del sound siamo senz’altro più debitori di una certa scena specialmente inglese, in particolare del decennio che va dal ’75 all’’85, con gruppi quali Smiths, Joy Division, etc. anche se non disdegniamo aperture più ‘rumoristiche’ ed energiche che appartengono senz’altro a un periodo successivo. E’ però da dire che abbiamo sempre ricercato maggiormente la canzone che il sound, cioè le scelte stilistiche sono sempre pronte al servizio della riuscita del singolo brano, e non viceversa. Questa credo sia invece la grande lezione che ci ha dato l’ascolto della musica italiana di maggiore qualità, dai cantautori (specialmente Tenco e Battisti, pur molto diversi fra loro) al rock italiano propriamente detto (su tutti i CCCP).

In cosa credete risieda la differenza tra un musicista e un artista?

Eugenio - Credo che la differenza stia fondamentalmente nella volontà di ‘eseguire’ o nella volontà di ‘creare’. Attribuiremmo la qualifica di musicista a chiunque riesca a padroneggiare uno strumento con una perizia tale da evidenziare la non casualità dei suoi tentativi sonori; questo va dal pianista di otto anni che conosce le scale al chitarrista turnista super tecnico che accompagna sul palco i grandi della musica negli stadi. L’artista invece suona non per eseguire, ma per creare, per lasciare una parte di sé agli altri e, in qualche misura, accrescere il mondo, la musica, gli altri, se stesso. Penso che sia l’attività propria di Dio, quella di questo accrescimento, di questa creazione dal nulla: dunque ritengo che sia necessaria anche una qualche valutazione degli esiti di tale opera creativa, per verificare se effettivamente questo ‘quid’ di nuovo che è stato fatto sia in grado in qualche modo di stare in piedi da solo e di sopravvivere al suo autore e al momento in cui è stato partorito. E’ per questo che sono molto cauto nel definire me stesso, noi Siberia e, devo dire, anche altri, come artisti. Per me siamo tutti artigiani fino a prova contraria!

Siete voi ad aver scelto la musica o è la musica ad avere scelto voi?

Eugenio- Nel mio caso è senz’altro vera la seconda, anche se non sono sicuro che la scelta sia stata oculata! Sono cresciuto con una forte educazione tradizionale e religiosa (che non rinnego), anche se non mi è mai stato mai vietato nulla. A lungo ho avuto dubbi (e forse li ho ancora) sulla bontà della scelta di questo mezzo espressivo, la musica leggera, ma sembra essere una delle poche cose che mi vuole bene di rimando e a cui riesco a tenermi attaccato. Per quanto riguarda gli altri, crediamo che la ricerca sia stata più reciproca. Ma siamo comunque tutti studenti, dunque, diciamo, ci ‘mettiamo in mostra’ sperando che la musica ci scelga, continuando comunque a coltivare un piano alternativo.

Siete arrivati tra i 12 finalisti di Sanremo Giovani e avete avuto l'opportunità di esibirvi durante una prima serata su Rai 1. Quanto ha significato per voi questa esperienza?

E’ stato senz’altro un momento di grande crescita. Senza mezzi termini, ci siamo dovuti per la prima volta confrontare con livelli professionali davvero alti, che noi stessi ci siamo meravigliati anche solo di poter apprezzare così da vicino. Non mentiamo, Sanremo non lo vediamo come il nostro sbocco naturale, per quello che è il momento storico della musica italiana. Ciò nonostante è stato un onore poter comunque avvicinare la ‘serie A’ del mondo in cui in un modo o nell’altro ci troviamo a operare. Che poi magari il calcio migliore e più autentico si giochi in provincia, questo non sta a noi dirlo!

Cosa si impara dalle critiche?

Abbiamo fortunatamente una fibra sorprendentemente resistente ad esse. Probabilmente perché siamo ancora giovani e dunque ci sentiamo ancora in grado di imparare e di trasformare le critiche suddette in punti da cui ripartire per migliorare, piuttosto che giudizi tout court.

Il testo di "Gioia", il brano che avete portato a Sanremo, può rappresentare le aspettative di ciascuno di noi. Tutti siamo spesso timidi nel cogliere questo stato d'animo. Qual è il messaggio che volete trasmettere con questa canzone?

Le nostre canzoni hanno spesso testi impegnativi, almeno da un punto di vista emozionale. Si parla talvolta di morte, di dolore, di fallimento. Ciò nonostante, la nostra ambizione è quella di non fare di questo umore nero l’unico nostro carattere, un po’ perché non corrisponderebbe a quello che effettivamente abbiamo dentro, un po’ anche per evitare la trappola del recitare il ruolo degli ‘artisti maledetti’, nel quale sarebbe erroneo riconoscerci. La gioia (e la sua sorella maggiore, la felicità) sono sentimenti ugualmente degni di essere cantati, e anzi più difficili da trasmettere: è senz’altro più facile provare empatia verso il dolore che verso la contentezza o la serenità. Con questa canzone volevamo insomma far capire che anche questi sentimenti ci appartengono, e non ci vergogniamo a parlarne.

Clicca qui per guardare il video di “Gioia”

Qual è il sogno professionale che ad oggi si è già realizzato e qual è quello che è ancora nel cassetto?

Senz’altro finire in diretta televisiva su Rai Uno è un traguardo che non può essere ignorato. Ciò nonostante, sentiamo che sono tanti ancora quelli che vogliamo raggiungere, e riguardano principalmente la qualità del nostro lavoro, che deve migliorare ulteriormente nel prossimo disco (principalmente ci piacerebbe aumentarne la varietà), e la capacità di trasmettere il nostro pensiero e la nostra musica al maggior numero possibile di ascoltatori.

Che consiglio dareste a chi,giovane come voi, volesse intraprendere un percorso come il vostro?

Se possiamo permetterci di dare un consiglio, diremmo a tutti i gruppi di ragazzi molto giovani, di sedici diciassette anni, di lasciar subito perdere le cover e cimentarsi con pezzi propri. Si tratta di sacrificare in parte la soddisfazione immediata (sia la propria che quella del potenziale pubblico), ma nel lungo termine questo verrà ampiamente ripagato.

Quali sono i vostri progetti futuri?

Nell’immediato l’uscita del disco alla fine di gennaio per la nostra etichetta Maciste Dischi. Questo ci assorbe completamente e non vediamo l’ora di poterlo condividerlo con tutti.
Avete un mantra o una citazione che vi guida? Senz’altro la parola “Davai”! In russo significa “Dai”,” Forza”, “Andiamo”. E’ un nostro linguaggio segreto! E’ senz’altro più ganzo di “daje”, no?